il gesso in letteratura
Proprietà fisiche e tecnologiche hanno inciso sulla diffusione del gesso, tanto che nelle culture orientali anteriori al IX secolo a.C. le malte in gesso sono abbastanza presenti. Uno dei suoi difetti principali è, però, la porosità e deformabilità. A ciò si aggiunge la sua rapidissima capacità di essiccazione, per cui in ambienti particolarmente caldi la posa risulta difficile. I primi utilizzi del gesso sono individuabili nel Vicino Oriente preistorico di VII-VI millennio a.C., tanto che si ipotizza che anche l’origine del termine greco Ghypsos sia di origine semitica. Con l’avvento dei Greci, si passa all’utilizzo di malte di calce. Resta a latere la testimonianza di Erodoto circa un utilizzo “cosmetico” del gesso da parte degli Etiopi che «in battaglia scendevano col corpo spalmato per metà di gesso e per metà di rosso minio». (Erodoto 7, 69). Un utilizzo invece, esclusivamente antico delle proprietà riflettenti del minerale è associato al lapis specularis. Il gesso, particolarmente puro, a lastre, veniva cavato in più punti del bacino mediterraneo e venduto per essere applicato alle aperture domestiche o, addirittura, per creare un effetto serra nelle coltivazioni. Plinio attesta che le migliori arnie sono in corteccia, canna e salice, tuttavia alcuni le fabbricano in lapis specularis in modo da poter vedere all’interno dell’alveare. Secondo alcuni studi, la diffusione della tecnologia del gesso è legata all’espansione dell’Islam: infatti, a partire dai secoli VIII e IX parrebbe riscontrabile, nel mondo islamico e nel mondo europeo medievale, lo sviluppo di una plastica in gesso con caratteristiche simili. L’uso di gesso cotto ad altissime temperature (800-1000°C, a volte fino a 1300°C) è stato evidenziato con analisi al microscopio per molti stucchi alto medievali fino all’XI secolo. Tre i settori principali in cui il gesso trova le sue applicazioni vi sono i calchi di statue, gli stucchi e l’utilizzo in edilizia in cui è utilizzata la selenite per architetture di pregio, pubbliche o private, e la malta di gesso, oltre a tecniche costruttive come la costruzione a sacco o l’“incannucciata”, con cui fino alla metà degli anni ‘50 del ‘900 si coprivano i tetti. Uno degli impieghi forse più spettacolari e di grande impatto delle caratteristiche plastiche del gesso sono i calchi pompeiani. A fine ‘800 Giuseppe Fiorelli, allora direttore degli scavi a Pompei, si rese conto che con l’avanzare dello scavo, i numerosi vuoti lasciati dalle vittime, avrebbero perso la loro portata informativa e sarebbero stati irrimediabilmente distrutti. Allora fece colare una miscela di gesso e acqua dentro i vuoti precedentemente individuati nelle pomici vesuviane e, una volta solidificate, estrasse le impronte che così erano state generate. Il metodo rimase sostanzialmente immutato per oltre un secolo. Plinio colloca il gesso assieme alle terre, ai non metalli, in due passi del libro XXXVI della Naturalis Historia e a proposito del minerale afferma che il gesso è pronto per essere utilizzato subito dopo la cottura, ancora umido, infatti, si rapprende molto velocemente sebbene in altrettanta fretta si tramuti in polvere. Il gesso, per sua testimonianza, è utilizzato in albasriis (negli intonaci) e nella tamponatura di edifici. Un esempio aneddotico da lui illustrato è relativo all’esperienza di C. Proculeio, vicino a Cesare Augusto, che scampò alla morte per mal di stomaco bevendo del gesso liquido. Accanto alla testimonianza di Plinio, bisogna considerare anche quella di Columella del de rustica (12, 16, 2 e 12, 15, 2) in relazione alla chiusura delle anfore con opercula in gesso. I coperchi in gesso, proprio per la loro caratteristica igroscopica, erano da preferire per luoghi secchi, quali le stive delle navi onerarie. Columella fa chiaramente riferimento all’uso del gesso (opercula gypsata) per tappare le anfore vinarie, purché depositate in luoghi non umidi.
Una fonte utilissima in relazione allo studio delle dinamiche legate alla filiera del gesso è nel verghiano Gesualdo. Diversi i luoghi del romanzo in cui il protagonista fa riferimento al suo passato e al suo lavoro nella calcara di gesso del padre. Legato alle iperboli della sua giovinezza Gesualdo rammenta lo stato di rudere della fornace del padre, non sufficiente neanche a sfamare gli animali che erano impiegati nella produzione. Proprio forte della sua passata esperienza con il gesso e con le costruzioni, Gesualdo riesce a valutare il lavoro degli operai che, ormai divenuto un ricco possidente, ha assunto per un appalto pubblico. Nella disputa tra Gesualdo e la sorella viene fuori il rimando a ipotetici e probabili guadagni, derivanti dall’attività della calcara di gesso del padre dei due e di cui, secondo l’accusa della donna, solo Gesualdo avrebbe goduto.
Plinio, nel libro XXXVI, 182 indica nello sterco di bovino il combustibile utilizzato in Siria, ancora oggi utilizzato anche come combustibile, in particolare nelle fornaci da mattoni in India. In Sicilia le fornaci utilizzano in genere materiale di risulta da lavorazioni agricole. Verga, nel Gesualdo, riferisce chiaramente che nell’isola era diffuso l’uso di stoppie e della ferula communis come combustibile delle fornaci; ipotesi peraltro confermata da Donghi per i forni nei pressi di Caltanissetta che si avvicinano al tipo Scanegatty, alimentati con fascine (Fig. 1).
Sintesi di P. Dinaro tratta da L. Zambito, Il paesaggio del gesso ad Agrigento. Una prospettiva di archeologia protoindustriale, in A. Campanella, M. Castiglione, G. Giugno (a cura di), La via siciliana del gesso. Tra paesaggio, architettura e cultura immateriale, Lussografica, Caltanissetta 2025
Fig. 1 Fornace Scanegatty
