Il gesso nell’arte di Giacomo Serpotta
Giacomo Serpotta è certamente il più illustre e dotato artista dello stucco in età moderna in Sicilia. La forma e la tecnica del Serpotta affondano le radici in una solida tradizione che gli derivarono innanzitutto dagli insegnamenti familiari, assunti sia dal lato paterno che materno. Ricordiamo, infatti, che Giacomo nacque nel 1656 dal marmoraro, scultore e stuccatore Gaspare (1634-1670). Per la precoce morte del padre, i primi passi di Giacomo si dovettero al fratello maggiore, lo stuccatore Giuseppe Serpotta, nato nel 1653, e molto probabilmente all’apprendistato presso i suoi zii materni, Gaspare Guercio e Giovanni Travaglia, tra i principali scultori della tarda maniera a Palermo. La tradizione siciliana nella scultura e, soprattutto, nella plastica ornamentale in stucco, era piuttosto antica e di rilevante importanza. Essa era rappresentata, per esempio, nel secolo precedente da Antonio Ferraro, autore tra il 1574 e il 1580, del magnifico retablo in stucco nel presbiterio della chiesa di San Domenico a Castelvetrano o da Scipione Li Volsi che insieme ai fratelli tra il 1621 e il 1630 nel presbiterio della chiesa Madre di Ciminna replicò, semplificandolo, il grande retablo marmoreo realizzato da Antonello Gagini e dai suoi figli nella Cattedrale di Palermo a partire dal 1510 e fino al 1574. Gli oratori palermitani furono il suo principale banco di prova e l’origine del suo successo. Difatti anche in questi luoghi, già prima dell’avvento di Serpotta, lo stucco giocava un ruolo prevalente, incorniciando finestre, portali, dipinti e ricoprendo volte e pareti. Il primo intervento di Serpotta si ebbe nell’oratorio di San Mercurio tra il 1678 e il 1682, dove Giacomo rimpiazzò il poco noto Antonio Pisano, morto prematuramente (Fig. 1). Inizia da qui il protagonismo dei putti. Poco prima funse da rilevante snodo l’incarico ricevuto dai fratelli Giuseppe e Giacomo nel 1684 per la realizzazione degli altari nel transetto nel Carmine Maggiore di Palermo. Lo schema è quello dell’altare sormontato da due coppie di colonne tortili sfalsate che reggono un architrave su cui sono poste varie figure. La vera novità fu piuttosto l’uso della colonna tortile e, soprattutto, l’inserimento di storie all’interno delle anse delle colonne. Il suo primo vero capolavoro oggi noto è l’oratorio del Santissimo Rosario in Santa Cita, compiuto tra il 1686 e il 1689. Serpotta qui riuscì a trovare una perfetta sintesi delle esigenze dei confrati che richiedevano l’esposizione dei Misteri del Rosario e la celebrazione della Battaglia di Lepanto (Fig. 2). I Misteri, detti anche “teatrini”, erano desunti dalla Tribuna di Gagini della Cattedrale di Palermo. Essi furono raccordati da una turba di putti e da statue allegoriche sedute elegantemente sui davanzali delle finestre al di sopra di quelle rappresentazioni. Così le allegorie amplificano il significato dei “teatrini” e i putti recitano l’episodio sottostante. Una straordinaria invenzione che si unisce al capolavoro della controfacciata. Al centro di quella Serpotta vi pone la Battaglia di Lepanto e intorno una folla giocosa di putti che distendono un grande telone. Nel 1696 la compagnia dell’Orazione della Morte lo incarica di realizzare le due principali cappelle nella propria chiesa di Sant’Orsola, sempre a Palermo. Una volta in più, Serpotta trasporta il tema su un piano teatrale. Gli scheletri portano un’evidente epidermide e vigorose fibre muscolari. Forse si tratta di un’allusione al Giudizio Universale, che si attua sotto gli occhi dei devoti. Nel 1700 Giacomo è chiamato dalla compagnia di San Francesco per rinnovare la decorazione dell’oratorio di San Lorenzo (Fig. 3). È un’opera densa di immagini, tra le quali i “teatrini” con gli episodi della vita dei santi Lorenzo e Francesco, a cui sono accostate le statue allegoriche, come, ai lati del presbiterio, la dolcissima e materna Carità. Nella fase matura di Serpotta si pone l’oratorio del Santissimo Rosario in San Domenico realizzato nel secondo decennio del Settecento. Il perno del tutto è la pala d’altare di Van Dyck, dedicata alla memoria del flagello della peste che aveva colpito Palermo nel 1624.
Sintesi di P. Dinaro tratta da P. Palazzotto, ‘Calcina e gesso e polvere di marmo’. Giacomo Serpotta e la plastica dello stucco tra Seicento e Settecento, in A. Campanella, M. Castiglione, G. Giugno (a cura di), La via siciliana del gesso. Tra paesaggio, architettura e cultura immateriale, Lussografica, Caltanissetta 2025
Fig. 1 Giacomo e Giuseppe Serpotta, Oratorio di S. Mercurio, 1678-1682, Palermo
Fig. 2 Giacomo Serpotta, Oratorio del SS. Rosario in S. Cita, 1686-1689, Palermo
Fig. 3 Giacomo Serpotta, Oratorio di S. Lorenzo, 1700-1705, Palermo
