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Milena

Etnico

Milenèse

Etnico dialettale

Milenèse

Comuni confinanti

  • Grotte

  • Racalmuto

  • Bompensiere

  • Campofranco

  • Sutera

Superficie

Milenèse

Altitudine

436m s.l.m.

Abitanti

2714

Nel comune di Milena gli edifici di civili abitazioni sono stati costruiti per secoli con pietrame gessoso a causa dell’abbondanza di questo materiale nella zona e per l’isolamento della stessa, per cui l’approvvigionamento di altro materiale era logisticamente complesso e quindi oneroso (Figg. 1-2). Di conseguenza nella formazione delle tipologie strutturali l’unico fattore condizionante è stato la presenza del materiale naturale. Le tipologie abitative sono duplex unifamiliari a posto casa in muratura con volte in gesso, composte da 4 vani, di cui due a piano terra adibiti a magazzino e pagliera, senza finestre e due al primo piano, adibiti a cucina e camera da letto che ricevono luce dalla porta finestra prospicente sulla strada. La lunghezza del fronte strada varia tra i 5 e i 7 metri. Il muro viene innalzato sulla fondazione con uno spessore di 50 cm e diminuisce di 10 cm nella seconda elevazione. I cantonali delle fabbriche sono costruiti con blocchi squadrati concatenati detti ‘capivacchi’; i solai sono realizzati con volte in gesso, per la cui realizzazione sono disposte delle centine mobili disposte nella larghezza del vano che permettono di realizzare volte a botte depressa dello spessore di 15 cm. Su queste è posto del materiale leggero, delle issotte, blocchi di malta asciugata, un battuto di gesso e i mattoni di creta. Il collegamento verticale è realizzato con una scala esterna a due rampe composte da 6 o 7 gradini realizzata sul fronte con una volta rampante in gesso e gradini in pietra di gesso cementate con malta, sotto la quale è presente l’accesso per il vano terreno o una scala interna ad unica rampa di 12 gradini. Le coperture sono realizzate con la tecnica dell’incannuciato coperto da coppi siciliani. Gli infissi in abete e gli intonaci sono in gesso. La costruzione delle ‘robbe’ era affidata al mastro muraturi, il quale stabiliva la profondità delle fondazioni in base all’esperienze, in genere tra i 70 e 130 cm; il riempimento avveniva con pietrame grossolano per strati di 30 o 40 cm cementato con malta piuttosto liquida. I muri esterni erano costruiti con blocchi regolari di grosse dimensioni e gli interni erano in pietrame più piccolo ad incastro detto ‘nburra. L’altezza di circa 3 m era raggiunta per fasi successive, ogni 70 – 80 cm il muro veniva rasato con malta di gesso. A circa un metro da terrà veniva avviata la costruzione della volta, con muratura piena di forma triangolare e di lato ortogonale detta terziglio per circa 30 cm. Su questa venivano poste delle travi di legno, su cui veniva “parata” la volta, utilizzando tavole di 240 cm, sostenute da canne, che non avevano la funzione di reggere il peso, ma di dare forma alla volta. Sulle tavole erano posti 3-4 cm di malta, le issotte e pietrame, e un altro strato di malta. Gli angoli della volta rimanevano vuoti ed erano utilizzati come granai, a cui si accedeva attraverso una botola dal piano superiore ed erano coperti con altre piccole volte ad arco ribassato. Le voltine erano raccordate alla volta principale con pietre, issotte e malta. (Sintesi a cura di P. Dinaro di O. Raimondi, Tipologie costruttive ed uso dei materiali per l’edilizia ‘povera’ di Milena (CL), Tesi di laurea inedita, Facoltà di Ingegneria, Dipartimento di ingegneria strutturale e geotecnica, a.a. 1989-90, relatore prof. A. Cerami).

Fig.1 Arco d’ingresso del monastero di San Martino – Villaggio San Martino (Milena) – (Foto di Anna Cassenti)

Fig.2 Casa in gesso con arco e scala esterna, Rrobba Magaru – Villaggio Montegrappa (Milena) – (Foto di Anna Cassenti)

La vita dei gessai a Milena e il funzionamento di una ‘carcara’ vengono ben documentati a Milena nelle informazioni raccolte durante un’inchiesta condotta nel 2012:

La carcara si facìa intrִִa la ncasciatura, la ncasciatura era lu fòdaru […] tuttha di petִrִa cchiù cùatthu possìbbili. Facìamu fori chidִdִi grùassi e dintִrִa acchianàvamu cu chidִdִi minuti. Mi capì?La ncasciatura era composta ca di fori cci mintìvamu tutthi li rִrִocchi

grùassi, grùassi anchi quantu stu tavulinu, e ddi intrִִa ppi ffari la mpurִrִa, rocchi accussì piccolini puliti. […] Quannu si inchi la carcara si inchi ssa fòdera si ncumìncia ccu i petִִri tanti […] nun finisci sִtrִִittha. La mpurִrִa iè tuttha larga precisa tunna, quannu impeci la carcara acchiana pi ccomu la ncasciatura arִrִivava a lu livellu dִdִà ncapu a ppari terִrִa a la curona, doppu iva a sִtִrִinci e iva a ffiniri a cconu. Ddoppu dִdִà ncapu quannu…e cchiuìvamu dopu la curona ca dִdִocu cci viniva la corona cci mitthìvamu li pinnìanti, a li pinnìanti cci mitthìvamu la mazzacanata di fori. […] doppu di chissa a mazzacanata cu lu štirִrִaturi si cuglìvanu li pitִrִudִdִi ccu un rasִtִrִidִdִu, na cosa…a pala e ssi cci itthàvanu ancora ncapu pi nu-nnèsciri u focu..cchiù ppicca sbintava cchiù lesta si cuciva, allura si cci mitthiva anchi fina stìarִrִu picchì si è ca la vampa nesci nun -zi coci.

Trad.: La fornace si faceva dentro la ncasciatura, la ncasciatura era il fodero, tutto di pietra la più

cotta possibile. Mettevamo all’esterno (a ridosso delle pareti della ncasciatura) le (pietre) più grandi

e dentro andavamo sovrapponendo quelle più piccole. Mi ha capito? La ncasciatura era così strutturata: all’esterno mettevamo tutte le pietre più grandi, grandi anche quanto questo tavolinetto, e dentro per fare il riempimento (mpurִrִa), pietre piccoline e sistemate. Quando si riempie la fornace, si riempie questa fodera, si comincia con le pietre grandi così, ma non finisce a imbuto. La mpurִrִa è larga e circolare tutta allo stesso modo; quando si eleva per quanto è alta la ncasciatura, arrivata al livello superiore, cioè allo stesso livello della corona, dopo andava stringendo la circonferenza e finiva a cono. Dopo, la sopra, quando chiudevamo la corona, perché là sopra veniva la corona, ci mettevamo le pietre di chiusura (pinnìenti) e su queste ultime mettevamo pietrisco (mazzacanata) esterno. Dopo questo pietrisco, raccoglievamo con un rastrello, una cosa, una pala pietruzze in una cesta (stirִrִaturi) che si buttavano acnora di sopra per non fare filtrare il fuoco. Meno (il fuoco) fuoriusciva, più veloce era la combustione, allora si metteva anche detrito fine perché se la fiamma esce il gesso non si cuoce (Testo di M. Castiglione tratto da M. Castiglione, Parole e strumenti dei gessai in Sicilia. Lessico di un mestiere scomparso, CSFLS, Palermo 2012)

Figg. 1-2 ‘Robbe’ di Milena

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