Skip to content Skip to footer
Menu Close

Fig. 1 Schema di una calcara definito a partire dalla descrizione fornita da un informatore di Villafrati

Fig. 2 Issalora di Villafrati

Fig. 3 Asini impiegati nel trasporto del gesso

Calcara / Carcara

La maestranza che operava presso la cava di gesso era solitamente composta da membri di una stessa famiglia che, dopo aver fatto rotolare i massi dal fronte di gesso, li doveva portare alla fornace. Di norma il gessaio non cessava di svolgere anche altri mestieri (il contadino, l’artigiano) e solitamente cavava il materiale soltanto se ve ne fosse richiesta.

La carcara è il manufatto della civiltà del gesso più caratteristico e proprio. Si tratta di una costruzione che prevede, per così dire, un involucro esterno e un riempimento interno seguendo il perimetro circolare dell’involucro stesso. L’involucro può essere, all’apparenza, una casupola nient’affatto diversa dalle altre e può trovarsi fuori o dentro il perimetro urbano oppure può trattarsi di una sorta di “trullo” in piena campagna, a ridosso del fronte di estirpazione del minerale (Fig. 1).

Dalla porta di accesso, vucca, in cui si sarebbero gettati i combustibili vegetali (sterpaglie, legna, paglia, sansa), si accedeva al centro di un locale. Dal centro si provvedeva al caricamento secondo una tecnica complessa di alternanza tra vuoti e pieni che consentissero la solidità della struttura (che veniva riempita dal basso verso l’alto) e la circolazione dell’aria che poteva essere favorita da condotti esterni detti calamiti. La struttura interna era aveva una base di sostegno che veniva chiamata bbasi, ncasciatura, vancu o bbanchina, e il diametro complessivo della fornace poteva essere più o meno ampio a seconda della produzione ordinaria di gesso.

La tecnica di riempimento doveva essere sapiente. Si tratta di un’arte, come riferiscono gli stessi anziani gessai, che prevede la selezione delle pietre, in base al taglio e alla grossezza che assumono, procedendo in crescendo dalle più piccole da situare in maniera tale da consentire che il calore del fuoco si introducesse senza ostacoli e cuocesse uniformemente il materiale, alle più grandi, che costituivano la corona. Tra le pietre e la struttura esterna della fornace si effettuava un ulteriore strato di pietre che procedevano da dimensioni medie a dimensioni sempre più piccole: in tal modo la temperatura più alta cuoceva le pietre esterne di maggior peso, mentre quelle interne, più piccole, a ridosso del muro esterno, dette a Milena (Cl) mpurra, venivano cotte dal fumo che vi penetrava. Quando la fornace diventava di colore rossastro (era, cioè, cotta), si rompeva la carcara, si lasciava raffreddare per un paio di giorni e poi si mazziava, riducendola in polvere. Gli addetti alla mazziata si disponevano in cerchio con delle mazze e dei mataffi e colpendo il gesso si spostavano a destra di un passo, scandendo il ritmo dei colpi con degli “Oh-la, ul-la, el-la” che

servivano a far colpire tutti assieme e con più forza. L’operaio lavorava molto e guadagnava poco. Il gesso (jissu) si vendeva a tùmminu e al trasporto provvedevano i cosiddetti scecchi di jssara, pazienti e tenaci asini che sovente conoscevano la strada dalla campagna al paese e la percorrevano in autonomia (Figg. 2-3)

La struttura della carcara prevedeva caseggiati a scalare (livello del riempimento, fornace, locale

di frantumazione e deposito), al livello più basso poteva avere anche una sorta di boccaporto da cui i carri caricavano direttamente il gesso in sacchi.

Testo di M. Castiglione tratto da M. Castiglione, Parole e strumenti dei gessai in Sicilia. Lessico di un mestiere scomparso, CSFLS, Palermo 2012

Figg. 2-3 Issalora di Villafrati e asini impiegati nel trasporto del gesso

error: Contenuto protetto